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Il Decreto Dignità parte fra le polemiche

Dopo 40 giorni dall’insediamento e una dozzina di sedute del Consiglio dei Ministri, è stato licenziato il primo vero provvedimento di governo: il cosiddetto ‘Decreto Dignità’, fortemente voluto dal Vicepremier e Ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Il decreto prevede una stretta sui contratti a termine, con l’obiettivo di disincentivarli per favorire – stando alle intenzioni di Di Maio – la transizione a contratti a tempo indeterminato.

La durata complessiva massima dei contratti a tempo determinato scenderà, a questo scopo, da un massimo di 36 mesi a 24 mesi, e le proroghe possibili – in questo arco temporale – saranno quattro e non più cinque. A questo si aggiunge un aggravio contributivo previsto ad ogni rinnovo, con uno 0,5 % che va ad aggiungersi a quell’1,5 % che attualmente finanzia la Naspi, l’indennità di disoccupazione. Altri aspetti del provvedimento riguardano il congelamento – in attesa di revisione dei parametri – del redditometro, nato nel 2015 ma di fatto ancora pressoché inutilizzato, e l’esclusione dei liberi professionisti dal meccanismo dello ‘split payment’, in conseguenza del quale da alcuni anni chi fattura alle pubbliche amministrazioni vede versata l’iva direttamente da queste ultime all’erario. Previsto, infine, l’obbligo per le aziende che ricevono aiuti di Stato di non spostare per almeno cinque anni la propria attività dall’Italia, e saranno punite le imprese che ricevono aiuti pubblici al fine di incrementare l’occupazione e che, al contrario, riducano negli anni successivi il livello di forza lavoro in percentuale superiore al 10 %. La nascita del Decreto Dignità è stata lunga e tortuosa: doveva essere già licenziato una quindicina di giorni fa, ma a quanto sembra c’è voluto più tempo a causa di fibrillazioni nella maggioranza dovute a dubbi sulle coperture finanziarie e sull’impatto del provvedimento. Poi c’è stato il giallo che ha accompagnato la sua pubblicazione, in questi giorni. Nel testo di accompagnamento al decreto si è affermato – nero su bianco – che in ragione delle misure applicate si sarebbe avuta una perdita di posti di lavoro nella misura di circa 8.000 all’anno da ora al 2028. Di Maio – in un breve video pubblicato su internet, si sa ormai gli uomini di governo cinguettano su Twitter o parlano al proprio popolo coi video su Facebook – ha sostenuto addirittura che manine o manone ostili sarebbero intervenute nottetempo sul testo. Molto più banalmente la stima era contenuta in una tabella consegnata dall’INPS – che come noi tutti ricordiamo non è un covo di sovversivi ma l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale con cui anche l’altro vicepremier, il nero-verde Salvini, ha avuto modo di arrabbiarsi di recente – su richiesta, come da prassi, dei vari ministeri per preparare il dossier di accompagnamento del Decreto. Io – lo ripeto – non ho atteggiamenti di prevenzione preconcetta verso il nuovo governo, al di là di una critica severa per gli atteggiamenti xenofobi di Salvini e della Lega. Anzi, ho guardato e guardo con simpatia – anche se senza grandi speranze - al tentativo dei pentastellati di misurarsi con l’azione di governo, che è – o dovrebbe essere – cosa ben diversa dal parlare a vanvera sui social. Ma dover assistere allo spettacolo ridicolo e pietoso al contempo di un Vicepremier che grida al complotto notturno pur non ammettere di non essersi riletto il dossier di accompagnamento al decreto da lui stesso firmato è davvero qualcosa che non mi sarei aspettato di dover vedere. Almeno fra gli adulti. Costringendo il presidente dell’Inps Boeri a diramare una nota durissima, in cui taccia di ‘negazionismo economico’ il ministro del Lavoro, che ha accusato di scarsa credibilità due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici e dell’intero sistema-paese: l’Inps, appunto, e la Ragioneria generale dello Stato, che ha ‘bollinato’ il decreto e tutti i suoi allegati. Così non si va da nessuna parte, cari amici pentastellati, se non dritti contro un muro. Sarebbe stato ben più ragionevole e dignitoso difendere le proprie scelte nonostante le stime negative sul lavoro, argomentando – ad esempio – che si predilige un lavoro di ‘qualità’ e si è pronti, per questo, a pagare un prezzo nel medio periodo. Ma non negando i fatti ed i numeri come fanno, appunto, talvolta i bambini.

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